Il
Vino e la sua Città
Il
legame antico tra la Città ed il suo vino è già scritto nel
Duomo di Orvieto, i vigneti sulle colline attorno alla Rupe
ne sono la rappresentazione naturale. La città, l’uomo, il vino
percorrono
insieme
la storia millenaria di Orvieto. Già gli Etruschi coltivavano
la vite e del vino facevano fiorente commercio con avventurose
spedizioni verso il Nord Europa.
Anche
i Romani, nel periodo del loro dominio sulla città, lo commerciarono
attivamente, in particolare attraverso il porto fluviale di
Palianum dove, in epoca recente, sono state ritrovate numerose
anfore vinarie. La “Carta del Popolo”, codice statutario del
Comune medioevale orvietano, contiene una apposita rubrica destinata
alle pene da applicare a quanti deturpino le vigne altrui. Nel
1192, appena dopo la conclusione dell’assedio posto alla città
da Enrico IV, il Comune di Orvieto concesse esenzioni dalle
tasse a quanti avessero piantato viti. Attorno al 1200, nel
giuramento prestato dai Consoli prima di prendere possesso della
Città è detto che avrebbero salvaguardato le strade, i luoghi
più importanti della città e del territorio....e naturalmente
le vigne.
Le vigne erano, dunque, un luogo protetto dalle leggi “statali”,
ma non sicuri della loro osservanza gli stessi Consoli, nel
1295, nominarono i Custodi delle vigne che avevano il compito
di controllare le piantagioni, la produzione e l’andamento dei
lavori nei vari periodi dell’anno. Nel 1371 la disposizione
pro feriis del Comune di Orvieto prevedeva un mese di ferie,
dal 14 settembre al 18 ottobre, per consentire ai proprietari
di vigne di reclutare lavoranti stagionali per la vendemmia.
La qualità del vino di Orvieto vanta illustri estimatori. Nel
1496 il contratto stipulato tra l’Opera del Duomo e il Pinturicchio
concede al pittore sei quartenghi di grano per ogni anno....
e il vino necessario.
Nel
1500 nel contratto stipulato tra l’Opera del Duomo e Luca Signorelli
per la realizzazione degli affreschi, è scritto che l’Opera
dovesse consegnargli ogni anno 12 some di vino (circa 1000 litri).
“item che la fabrica sia obligata a darli, per lo tempo che
lui lavora continuo, dui quartenghe di grano al mese e dodice
some di mosto per ciascun anno alla vendebia incomensando alla
vendebia proxima che verrà”. Del 1596 è lo STATUTO DELL’ARTE
DEGLI OSTI DELLA CITTÀ’ D’ ORVIETO,
sotto
il quale ogne giurato dest’arte predetta deve stare et obedire....
E’ un volumetto di circa 78 fogli legati con una coperta in
pelle decorata, conservato presso la sezione dell’Archivio di
Stato di Orvieto (Arti, 838). In epoca più vicina alla nostra
è già tracciata un’idea del vino di Orvieto a denominazione
di origine controllata. Nel 1861, infatti, Filippo Antonio Gualterio
scriveva : “...non essendo assai grave il dazio di lire 1,65
per ogni ettolitro di uva, sembra impossibile che tutti quelli
che erano abituati ad inviare le uve in Orvieto per essere ridotte
a Vino debbono rinunciare ad inviarle, mentre portate costì
assumono il nome di Vino di Orvieto, e fabbricandosi invece
il vino a Roma o a Viterbo non
potrà
mai avere quella denominazione che gli dà tanto credito”.
Quanto il Vino di Orvieto fosse apprezzato e sognato, meglio
che in ogni altra cosa, è espresso nella petizione presentata
per voce di Pasquino a Papa Paolo V Borghese il giorno dell’inaugurazione
dell’acquedotto romano all’Acqua Marcia: il miracolo è fatto,
o Padre Santo, con l’acqua vostra che ci piace tanto; ma sarebbe
il portento assai più lieto, se l’acqua la cangiaste in vin
d’Orvieto. Ad Orvieto il vino e gli uomini si trovano uniti
in un rapporto quasi magico. Nel profumo del vino sono racchiusi
gli antichi gesti della lavorazione, le tradizioni di civiltà
millenarie, la storia della sua Città.
Oggi,
nel rispetto delle tradizioni passate, l’Orvieto DOC viene prodotto
con moderne tecnologie nelle versioni secco, abboccato, amabile
e dolce, tutte ottenute da una mescolanza di uve di vitigni
locali e garantite dal CONSORZIO di TUTELA del VINO di ORVIETO.